Le difficoltà del rapporto educativo hanno alla loro radice la nuova forma della famiglia, e in specie la spiccata di-stanza tra famiglia e società; essa impedisce alla famiglia di adempiere a una funzione che invece è irrinunciabile perché si realizzi il processo educativo: la tradizione culturale da una generazione all’altra. Cercheremo prima di precisare questa diagnosi sintetica, e poi di mostrare come le diagnosi correnti e allarmate del nichilismo dei giova-ni ignorino invece questo nesso.

I rapporti sociali confinano oggi la famiglia entro uno spazio rigorosamente “privato”, il quale priva la famiglia di quelle normali ragioni di scambio con il contesto sociale, che invece le sarebbero indispensabili. La figura di tale confino del nucleo familiare deve essere precisata.

Ề un confino soltanto obiettivo, non deliberato, e neppure consapevole.

Esso non impedisce che i singoli abbiano molti rapporti con la realtà esterna; sotto il profilo cronologico, il tempo passato fuori della famiglia prevale decisamente rispetto a quello passato in famiglia, ma tali rapporti esterni sono vissuti a titolo individuale, non hanno effetto configurante per rapporto alla qualità delle relazioni interne alla famiglia. Appunto a seguito di questo difetto di intreccio i rapporti familiari mancano di realizzare un effetto “cosmologizzante”, che invece sarebbe nella loro natura.

La fragilità della coppia coniugale

Immaginiamo un uomo che abbia un appuntamento professionale importante; la scadenza molto lo coinvolge, gli provoca tensione. Nel momento preciso in cui si realizza l’evento ha la percezione netta della sua tensione e insieme del suo difetto di naturalezza. Concluso l’incontro, avverte il desiderio ovvio di raccontarlo, per appropriarsene; il racconto gli permette di dare una figura a ciò che, nella vicenda immediata, è rimasto implicito, contratto e confuso.

A chi, se non alla moglie? Il racconto configura la memoria, il vissuto soggettivo; integra l’evento nella storia personale. Configurato non è soltanto in trancio di vita; configurata è insieme la relazione coniugale; attraverso il racconto la relazione coniugale concorre a dare figura alla coscienza e anche al mondo rispettivi. Avere un mondo comune è una positiva risorsa in ordine all’educazione dei figli.

Vanno di fatto così le cose? È facile il racconto al coniuge? Non è così facile, né così frequente. Manca anzitutto il tempo. Poi mancano le condizioni di sfondo. Il mondo che lui o lei frequentano a livello professionale è distante ed estraneo al coniuge.

La distanza dello spazio familiare da quello professionale minaccia di rendere difficile la comunicazione tra i due. Quel che accade all’adolescente nei confronti dei genitori accade in qualche misura anche all’adulto nei confronti del coniuge. L’adolescente non gradisce avere il genitori come testimoni nel momenti vissuti con i coetanei; allora infatti egli molto recita; l’occhio del genitore scoprirebbe in maniera inesorabile il suo gioco. Anche la persona a-dulta, specie in certe mansioni, recita; una maschera serve più di un’identità; ma la maschera non può essere adotta-ta se testimone è il coniuge.

L’incertezza nella relazione genitori-figli

Che ci sia intreccio tra relazioni familiari ed extrafamiliari ha grande rilievo sull’educazione; soltanto grazie a tale intreccio gli affetti configurano i significati del vivere. La fisionomia di tale efficienza educativa la si vede più fa-cilmente quando si osservano i piccoli; vale però anche per le età successive.

Il bambino piccolo (tre o quattro anni), che comincia a frequentare uno spazio esterno alla famiglia, conosce il de-siderio spontaneo di raccontare a casa quel che ha vissuto fuori. Il desiderio non è sempre realizzato; spesso quando il bimbo torna la mamma non ha subito tempo per ascoltarlo; spesso non è a casa; non c’è nessuno che possa assol-vere al bisogno del bambino di “addomesticare” il mondo. Due o tre ore dopo, quando la mamma torna, il bimbo ha già dimenticato quel che voleva dire alla mamma. Il difetto di intreccio tra i due spazi fa mancare l’opportunità che lo spazio familiare strutturi la percezione simbolica dello spazio della scuola.

La famiglia assume connotazione soltanto affettiva. Essa deve soltanto garantire una rassicurazione emotiva primaria.

La migliore formulazione di questa prestazione della famiglia è oggi ancora quella proposta da E. Erikson (1950). La famiglia deve propiziare la “fiducia di base” (basic Trust), un sentimento dunque o una di-sposizione emotiva, non un modo di vedere. Tale fiducia trova la sua struttura emotiva molto prima che se ne pos-sano dire le ragioni. La fiducia nel mondo precede la conoscenza di esso. Di più, soltanto la fiducia consente la co-noscenza.

C’è un periodo precoce nel quale la rassicurazione del bambino viene soltanto dalla presenza sensibile della mamma; poi al bambino basta la memoria interiore di lei per vedere l’ordine cosmico; in ogni caso, la persuasività delle parole successive riposa su questa rassicurazione originaria. Il passaggio dal messaggio affettivo alla sua articola-zione verbale si produce progressivamente. Le probabilità di successo del passaggio sono legate all’obiettiva con-gruenza delle parole e dei gesti della mamma con la testimonianza resa al bambino da altri.

Nella scuola primaria rimane una fondamentale prossimità tra codice familiare e codice scolastico; essa diminuisce già con la media infe-riore. La scuola insegna, e non si occupa dei significati elementari della vita, non si cura di propiziare il passaggio dalla loro declinazione infantile a quella adulta. Quando affronta i grandi temi della vita, la scuola lo fa nel registro dell’etica pubblica più che in quello della morale e della religione. È in tal modo sanzionata la solitudine della famiglia.

Il divario tra le generazioni

oggi la coppia di genitori percepisce soprattutto il suo compito come rivolto esclusivamente verso i figli, trascurando il compito altrettanto essenziale di curare i propri genitori, di recuperare le tradizioni e i rapporti della propria famiglia d’origine. Il rapporto tra nuova e vecchia generazione è molto contraddittorio poiché da una parte la distanza tra le generazioni aumenta a causa del rapido mutamento dei costumi, dall’altra i nonni sono una fonte sicura di sostegno e di aiuto alle giovani coppie soprattutto nell’educazione dei nipotini. Da dove cominciare per recuperare il rapporto tra generazioni presenti generazioni passate? Per recuperare questo rapporto occorre ricordare che il legame familiare è il cuore della nostra identità, serve a renderci persone. La famiglia non solo ci genera, ma ci umanizza, ci personalizza dandoci il senso della unicità e irripetibilità dell’essere uomini e donne. Questi aspetti su cui poco si riflette sono invece fondamentali. David Cooper, nel suo libro “La morte della famiglia” ipotizza un mondo in cui tutti sono finalmente liberi dai lacci delle relazioni vincolanti e costrittive, in cui l’educazione e la formazione sono affidate ad altre istituzioni. Ne viene fuori un mondo pieno di individui freddi e deboli, incapaci di relazionarsi agli altri, perché privi di quel capitale sociale primario che la famiglia ci offre. L’uomo può costruire la propria identità solo se può identificarsi con presenze familiari , in particolare il padre e la madre.

Il compito educativo familiare, che può definirsi con l’espressione “cura responsabile”, deve garantire un’esperienza affettiva e morale che coniughi vicinanza e fiducia – tipici dell’aspetto materno della relazione – e senso di giustizia e di equità – tipici dell’aspetto paterno. Questo compito educativo si evolve col crescere della persona, e deve essere arricchito dall’esperienza di vita di più generazioni – includendo quindi anche i nonni -. I traguardi significativi infatti sono possibili solo per effetto di relazioni familiari sane e creano una generazione che desidera a sua volta generare. Naturalmente in questo processo non si possono trascurare gli stimoli dell’ambiente circostante, per cui non si richiede ai genitori di essere autosufficienti su tutti i fronti dell’educazione, ma essi hanno la responsabilità di scegliere i luoghi che svolgono e completano la formazione dei figli. Dal canto suo la società non deve essere indifferente al legame tra le generazioni, e il sociale non deve intervenire nelle faccende familiari solo per far fronte a tragedie o situazioni limite. Infatti il cammino educativo compete alla coppia genitoriale in prima persona, ma le risorse non possono provenire solo dal suo interno: la coppia va sostenuta dalla comunità locale e dalle altre famiglie, il che fa sì che si possa essere bravi genitori anche nel caso di separazione, divorzio della rottura del rapporto di coppia.

Richiedi gli appunti aggiornati
* Campi obbligatori

Lascia un commento