Lo sforzo di Weber di fondare una teoria politica sprovvista degli edificanti sistemi di giustificazione di impianto giusnaturalistico. Weber mostra che è possibile una versione del liberalismo legata al dato storico concreto e poco attratta dalle fondazioni a priori. La razionalità che caratterizza la politica e il diritto moderni evocano per Weber un agire strumentale, un complesso di procedure che poco hanno a che fare con le fondazioni giusnaturalistiche della legalità e dello stato di diritto. La legittimità dell’ordinamento giuridico non può essere fondata sul preteso carattere assoluto di diritti inviolabili.

Weber considera il capitalismo come un rapporto sociale in cui la produzione avviene attraverso lo scambio, le norme giuridiche sono emanate mediante decisioni giuridiche tipizzanti. Conta poco la credenza nella legittimità, criterio che per Weber è invece centrale nella valutazione dei fenomeni politici.

Il processo di “statizzazione di tutte le norme giuridiche” viene dallo stesso Weber ricondotto alla necessità pratica di trovare garanzie per i “sempre nuovi interessi bisognosi di tutela”. La politica come sfera distinta è legata alla separazione moderna di stato e società, di funzioni economiche e sfera politica.

La politica in origine, secondo Weber, si differenzia solo in termini quantitativi da fenomeni come la camorra, e altre associazioni costituite “allo scopo di una appropriazione violenta di beni economici altrui”. Solo in tempi più recenti la differenza si riveste di elementi più qualitativi. La legittimità è legata a una credenza. Fa parte dell’ideologia più che delle istituzioni.

Weber sembra ritenere che stato e ordinamento giuridico siano due cose distinte ma coglie comunque la specificità del diritto moderno. Weber ha sostenuto che ciò che occorre al capitalismo è “un diritto che possa venir calcolato al pari di una macchina; le considerazioni religioso-rituali e le considerazioni magiche non devono intervenire”. Con la sua impostazione Weber fa vacillare la distinzione tra razionalità formale e razionalità sostanziale.

Razionalità formale di un agire economico è si deve designare la misura del calcolo tecnicamente possibile e realmente applicato. Razionalità materiale è si pongono esigenze etiche, politiche, utilitarie, edonistiche, di ceto, di eguaglianza di qualsiasi altra specie e ad esse si misurano razionalmente rispetto al valore o razionalmente rispetto a uno scopo materiale, i risultati dell’agire economico.

Da una parte la completa eliminazione di ogni eticità dal ragionamento politico ed economico designa l’avvento della moderna razionalizzazione occidentale, dall’altra però il dominio ascetico del mondo così come viene suggerito dall’etica protestante diventa la condizione dell’insediamento del capitalismo.

Peraltro Weber ha colto con finezza il nesso profondo che esiste tra economia di mercato e diritto astratto. Il diritto si presenta come razionale e concettualmente sistematico, capace di aderire a ogni concretezza e per questo svuotato da qualsiasi pretesa di agganciare una troppo sfuggente razionalità materiale, sostantiva. La norma giuridica astraente è la risposta alle esigenze di precisione, rapidità, coesione che sono tipiche del moderno.

Anche i partiti si dotano di una struttura burocratica per rispondere alle stesse sollecitazioni di efficacia e funzionalità che scandiscono la sistemazione giuridica del moderno. La struttura politica e giuridica si disumanizza. L’organizzazione è il destino della modernità. Weber rifiuta però di assumere lo specialismo come ingrediente costitutivo della politica. Al posto di vacue suggestioni per un governo dei tecnici, dei funzionari, reclama con forza il ruolo direttivo della politica che fissa obiettivi, fini.

La politica è una professione perché solo elementi addestrati, esperti in un senso specificamente politico, possono incarnare le maschere che sono richieste per il politico. La lotta non la verità è l’essenza del politico. Per questo la tecnocrazia è bandita. Il talento politico è altra cosa dalla competenza di un tecnico o dal sapere iniziatico di un burocrate. Per Weber la politica si fa attraverso partiti organizzati e coesi e si svolge in luoghi istituzionali come i parlamenti.

Weber registra il cambiamento che il partito introduce rispetto alla cornice del costituzionalismo liberale e lo reputa irreversibile. In una società dinamica, organizzata in potenti strutture burocratiche, la politica si svolge entro canali istituzionali solidi e non può vincere l’oratore, il comiziante, l’improvvisatore.

E pure in mezzo al mercato concorrenziale Weber avverte una qualche attrazione fatale per il fenomeno carismatico, cioè per un capo che “ci segue e mantiene in vita la sua autorità soltanto con la prova delle sue forze”. Il carisma si rivela un importantissimo elemento della struttura sociale. Weber sente l’incanto del leader capace di innovazione e di catturare la massa. Il segreto della razionalità diventa così la magia del carisma.

Il capo di Weber non è il capo totalitario di Smith. Non suppone l’acclamazione di folle passivizzate, ma la discussione critica, la competizione che si rivolge a soggetti capaci di scegliere capi. Entro forme solide il carisma non è preoccupante. In fondo Weber entra in un paradosso: una democrazia ben regolata è capace di tenere sotto controllo i capi. Ma una democrazia con regole consolidate non ha bisogno del plusvalore politico di capi eccezionali.

Per Weber l’ideale sarebbe che “in una democrazia di massa pienamente sviluppata i partiti consentano realmente l’ascesa di temperamenti di capo”. Ma il capo carismatico è una invenzione che suppone un profondo scetticismo circa l’affidabilità della massa. Weber rimarca spesso il pericolo della democrazia di massa che presenta il rischio di una forte prevalenza di elementi emotivi nella politica.

L’intenzione di Weber è di proteggere il fragile equilibrio costituzionale servendosi di figure come quella del capo carismatico che da tutore inflessibile dell’ordine potrebbe tramutarsi in agente di destabilizzazione. Anche in un quadro orientato verso lo sbocco plebiscitario, Weber cerca di mettere dei paletti istituzionali per impedire il trapasso alla democrazia puramente plebiscitaria che con una raffica di referendum e la forza d’urto degli apparati demagogici seppellisce le scarne funzioni residuali di parlamento e partito. Dinanzi all’irrazionalità della democrazia della strada sembra crollare un pilastro della teoria weberiana: la capacità dei soggetti di giudicare il proprio interesse.

A una idea Weber non è mai venuto meno, la potenza dello stato nazionale. Il realismo politico weberiano non è una mera fenomenologia del successo prosciugato da valori etici e culturali. L’etica politica non è quella normativa, assoluta, legata a una indiscutibile idea del giusto, ma è quella della responsabilità che si fa carico delle azione, dei risultati degli obiettivi raggiunti o mancati, che non disdegna il compromesso, il differimento.

La politica è fuori dell’etica e molto sensibile ai richiami della irrazionalità. Il valore ultimo della politica weberiana è costituito dall’idea di nazione come suprema dimensione di valore, come omogeneità e comunità di destino. La nazione è uno strumento della politica statale di potenza, di prestigio, di supremazia.

La stessa coscienza nazionale non si fonda tanto sui “vincoli della comunità culturale, linguistica o di stirpe” quanto sulla “comunità di memorie”, sulla condivisione di “comuni destini politici”, di “comuni lotte politiche per la vita o per la morte”. La battaglia elettorale non serve per una costruzione consensuale, dialogica della decisione ma per aprire canali di ascesa per capi orientati alla conquista dei vertici della macchina statale. Il partito è solo un mezzo per la volontà del capo che si sente nato per esercitare potere.

La riduzione della legittimità a semplice credenza nella legalità di decisioni formalmente corrette conferisce un significato solo procedurale alla decisione e quindi svuota di ogni valore l’azione di governo, le istituzioni parlamentari, il voto. Weber è “un nazional-liberale, ma non un liberale nel senso americano”. La sua accettazione del parlamentarismo è parziale, subordinata alla visibilità del capo e comunque motivata da considerazioni di opportunità, e mai legata a una esplicita teorizzazione in positivo.

Il parlamento è per Weber solo un campo di lotta per la selezione del capo, non svolge funzioni istituzionali di grande rilievo ed è pertanto predestinato a soccombere dinanzi alla straordinaria forza del capo provvisto di investitura plebiscitaria. Per Weber il parlamento come assemblea policefala non può pretendere di governare, deve soltanto seguire un leader, un capo politicamente qualificato.

Il partito deve darsi a un capo, che non è una risorsa del partito, ma il fine che inghiotte ogni autonoma consistenza del partito. I capi con iil loro grande istinto politico scavalcano le flebili agenzie di mediazione che non avrebbero senso al di là del supporto al capo.

Quello di Schmitt è un pensiero illiberale, totalitario. Liberale anomalo, autoritario ma pure semrpe liberale, è invece il pensiero di Weber.

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