Principi – guida comunitari in materia di politica ambientale: Principio di integrazione e Principio del “chi inquina paga” (o “inquinatore pagatore”)

Premesso che, come già visto, esiste un obbligo per gli Stati, nato con il caso della fonderia di Trail, di non provocare danni all’ambiente di un altro Stato, precisiamo che questo obbligo non è contenuto nel Trattato istitutivo, ma nella Convenzione di Stoccolma.

I principi – guida comunitari in campo ambientale sono 5:

–          Sviluppo Sostenibile

–          Principio di integrazione

–          Principio del “chi inquina paga” (o “inquinatore pagatore”)

–          Principio di prevenzione

–           Principio di precauzione

Principio di integrazione: è sancito nel TUE, ma anche a livello internazionale. Significa che il tema della tutela dell’ambiente non deve rimanere separato ed essere affrontato in maniera separata rispetto alle altre politiche comunitarie, ma deve essere integrato in queste altre politiche. A livello pratico, significa che nel momento in cui si decidono determinate strategie (politiche di natura energetica, di sviluppo industriale, di organizzazione dei trasporti, etc.) occorre integrare la politica ambientale. Si parla di “inverdimento delle politiche comunitarie”: l’obiettivo è rendere efficaci le politiche di natura ambientale ed integrarla nelle altre politiche, facilitando l’adozione di misure di tutela ambientale.

Principio del “chi inquina paga” (o “inquinatore pagatore”): nasce negli anni ’70 e compare per la prima volta nel Programma d’Azione del 1973. Il concetto viene recepito nella raccomandazione 476/75 del Consiglio dell’UE; si dice: ”le persone fisiche o giuridiche responsabili di un inquinamento devono sostenere i costi degli interventi necessari per eliminare o ridurre l’inquinamento. Il ragionamento che sta alla base della sua introduzione è di stampo economico. Andiamo passo per passo. Ogni fenomeno di inquinamento costituisce un deterioramento dell’ambiente, provocato da un’attività dell’uomo, volontaria o involontaria, comunque produttiva (1); questo deterioramento è un danno valutabile in termini economici: il valore del danno provocato è pari alla spesa da sostenere per ricondurre l’ambiente deteriorato al suo stato precedente oppure, dato che in molti casi non risulta possibile ripristinare la situazione, pari al deprezzamento che l’ambiente ha subito a cause dell’inquinamento (2). Per chi svolge un’attività produttiva, evitare l’inquinamento comporta un costo perché svolgere questa attività evitando l’inquinamento necessita di investimenti di carattere tecnologico. Se chi svolge l’attività produttiva non sopporta questi costi (non adotta accorgimenti idonei a ridurre l’inquinamento ricondotto alla sua attività) l’ambiente viene deteriorato. E allora chi sopporta i costi legati all’inquinamento? I costi, generalmente, vengono esternalizzati: i costi necessari per disinquinare (a cui comunque si aggiungono anche i costi di carattere sanitario) vengono addossati a terzi, in particolare alla P.A., e quindi alla collettività. L’esternalizzazione dei costi produce un’alterazione del mercato e quindi una distorsione della concorrenza (diseconomia esterna). Il soggetto che svolge l’attività produttiva può immettere nel mercato beni e servizi a un costo inferiore a quello reale perché in questo costo di produzione non viene compreso il costo previsto per evitare l’inquinamento. Non preoccuparsi dell’ambiente porta un vantaggio competitivo rispetto ai produttori che lo rispettano (3). Il principio “chi inquina paga” è stato introdotto per evitare questo meccanismo: è finalizzato all’internalizzazione dei costi relativi all’inquinamento. Si ottengono due effetti: uno di tutela ambientale, perché un meccanismo economico, meglio che di uno giuridico, induce chi svolge un’attività produttiva a ridurre la portata inquinante della propria attività; l’altro economico, perché in questo modo si riequilibra la diseconomia esterna. Del principio si conoscono molte applicazioni pratiche: un primo esempio potrebbe essere quello della normativa sulla bonifica dei siti inquinati:
chi con la propria attività inquina un sito (sia un terreno che le acque sotterranee) deve, a proprie spese, eliminare l’inquinamento provocato. Se non si trova il responsabile o non esistono altri soggetti interessati ad effettuare la bonifica (per esempio il nuovo proprietario) e la P.A. che deve intervenire per effettuare la bonifica (quindi il costo ricade sulla collettività). Altro esempio potrebbe essere la normativa sul danno ambientale: chi con la propria attività provoca un danno all’ambiente deve risarcirlo; per anni la responsabilità è stata considerata di stampo prettamente civilistico. Il principio, comunque, può anche essere applicato in via preventiva. Per quale motivo? L’art 41 Cost. sancisce il diritto di libera iniziativa economica privata, ma nello stesso tempo prevede la possibilità che questo diritto venga compromesso (“La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”). Tutte le direttive comunitarie e la stessa giurisprudenza della Corte di Giustizia, poi, prevedono che un’attività potenzialmente dannosa per l’ambiente non possa essere avviata senza una specifica autorizzazione. A cosa serve porre questo vincolo? E’ un vincolo di natura strumentale che serve alla P.A. per poter svolgere un controllo preventivo rispetto all’attività che si andrà a realizzare. Le autorizzazioni devono essere sempre espresse, in senso formale e scritte: questo perché contengono prescrizioni molto dettagliate, non possono essere fatte in maniera tacita. Dover rispettare queste prescrizioni comporta dei costi, a carico del soggetto che svolge l’attività: siamo, quindi, in presenza di un’applicazione preventiva del principio, il soggetto paga anche se non ha inquinato (per esempio, il costo da sopportare per l’acquisto, l’installazione e la manutenzione di un depuratore). Gli ultimi esempi di applicazione pratica del principio possono essere quello dei costi – smaltimento dei rifiuti e quello dei tributi o di altre forme di incentivi o disincentivi di carattere economico o fiscale. Per quanto riguarda i rifiuti, un’attività d’impresa che crea un’esigenza di smaltimento dei rifiuti, deve sostenerne i costi (fino a qualche anno fa i rifiuti venivano semplicemente interrati). Per quel che concerne, invece, l’ultimo esempio, molte volte vengono previsti sgravi fiscali (per esempio per investimenti che comportano una riduzione dell’inquinamento) o sussidi economici, per favorire l’adozione di sistemi in grado di provocare il declino di precedenti sistemi più inquinanti (per esempio gli incentivi per la rottamazione degli autoveicoli).

Principi – guida comunitari in materia di politica ambientale: Principio di integrazione e Principio del “chi inquina paga” (o “inquinatore pagatore”) ultima modifica: 2013-01-31T16:53:42+01:00 da admin
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