L’assunzione di un’organizzazione finalizzata a scopi produttivi da parte delle organizzazioni non profit sembra essersi rafforzata con il diffondersi della strategia di delega della produzione di servizi sociali da parte della pubblica amministrazione (sia sul piano nazionale che a livello locale), passando dal sostegno generico e parziale ad un vero e proprio contracting-out, rendendo possibile la nascita di rapporti nuovi con il mercato (dai contratti al titolo gratuito si è passati ai contratti a titolo oneroso e ai rapporti di subfornitura).

Si è creata, quindi, una  nuova figura sul piano organizzativo imprenditoriale: l’impresa sociale, la cui caratteristica essenziale è la natura privata (sebbene in assenza di una distribuzione degli utili, cioè non diretta al perseguimento del lucro soggettivo).

Pertanto, pur potendo comprendere tra i promotori e i soci istituzioni pubbliche (che non devono tuttavia essere gli unici membri, né avere un ruolo dominante), devono avere un elevato grado di autonomia sul piano gestionale; inoltre devono necessariamente produrre servizi che realizzino l’interesse collettivo (ad esempio servizi di natura sociale, sanitaria ed educativa).

Queste organizzazioni si caratterizzerebbero, quindi, per la combinazione di elementi imprenditoriali ed obiettivi solidaristici, collocandosi come una sorta di “tertium genus” tra le due categorie degli “enti commerciali” e degli “enti non commerciali”.alla mancanza di una legge specifica sulla disciplina dell’impresa sociale, ha sopperito il legislatore nel 91 con l’emanazione delle leggi n. 381 (in materia di cooperazione sociale) e n.266 (in materia di organizzazioni di volontariato).

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