Le teorie criminologiche. L’anomia

Una teoria criminologica è stata paragonata a un complicato puzzle rispetto al quale le singole indagini empiriche costituiscono pezzi da comporre pazientemente per ricostruire un quadro riconoscibile, coerente e dunque ordinato. Al cospetto di una moltitudine di teorie apparentemente non correlate e in competizione tra loro e alla conseguente difficoltà di estrapolarne un campione rappresentativo ogni scelta può sembrare arbitraria. Appare ragionevole soffermarsi su 5 grandi teorie o gruppi di teorie, che hanno segnato una svolta significativa nello studio empirico del crimine. Il panorama criminologico è passato dalle teorie unifattoriali (ambizione di trovare un unico fattore esplicativo del crimine) a quelle multifattoriali. Ci si sofferma però più sulle prime perché ad esse può riconoscersi una più accentuata potenzialità euristica.

Emile Durkheim → sociologo francese. Non ha il tipico tratto positivista che vede il criminale come un soggetto affetto da patologie. Frequenti sono poi gli inquadramenti nell’ambito degli orientamenti funzionalisti, conflittuali e del controllo sociale. Durkheim come funzionalista dalle sue asserzioni in merito alla normalità del crimine, che abbia una funzione sociale e che sia impossibile la sua eliminazione totale. Le affinità con le teorie del controllo paiono le più calzanti o almeno le più significative. Durkheim vede infatti nell’uomo una dualità costituzionale, un essere portato ad assecondare il proprio io, spinto da impulsi insaziabili cui si contrappone la natura di essere civilizzato e socializzato. Scrive: “la vecchia formula dell’Homo Duplex è verificata nei fatti.

C’è un duplice centro di gravità: da una parte l’individualità e dall’altra tutto ciò che in noi esprime altro da noi stessi. Fra questi due stati di coscienza c’è un antagonismo”. In fatto sorprendente che deve essere spiegato non è il crimine ma il comportamento conforme. Centrale in Durkheim è la stretta correlazione impostata tra valori morali e organizzazione sociale: egli non ritiene che esista propriamente una morale se non nello stato di società né che essa abbia subito variazioni se non in funzione delle condizioni sociali. In generale, la caratteristica delle regole morali è la loro capacità di enunciare le condizioni fondamentali della solidarietà sociale. Si può dire che è morale tutto ciò che tiene conto degli altri.

L’ordine morale non è però empiricamente osservabile ma può essere rilevato attraverso indicatori rinvenibili nell’ordinamento giuridico e in particolare nelle sue modalità sanzionatorie. Sono il diritto e in particolare la pena a costituire l’espressione diretta dell’ordine morale della società. L’attenzione di Durkheim si appunta soprattutto sulle condizioni storico-sociali che possono determinare mutamenti nella tenuta della solidarietà sociale. Questa assume due forme: meccanica e organica, assicurate da due distinte funzioni sociali: integrazione e regolamentazione.

La prima viene definita come uno stato di coesione, una sorta di fede comune collettiva, grazie alla quale si stabiliscono solidi legami sociali e la subordinazione del singolo all’interesse generale. Essa appare in Durkheim come la somma delle forze sociali di attrazione mentre la regolamentazione è la somma delle forze di costrizione che vincolano gli individui alle norme. È meccanica la solidarietà che esercita la sua azione e la nostra personalità scompare, non siamo più noi stessi ma l’essere collettivo. È organica la solidarietà prodotta dalla divisione del lavoro, presuppone una differenza tra individui.

Con l’allentarsi dell’integrazione, la solidarietà sociale viene a dipendere dalla regolamentazione. A partire da esso la divisione del lavoro tende sempre più a diventare la condizione essenziale della solidarietà sociale. Un tale indebolimento della coscienza collettiva e della relativa solidarietà meccanica è un fenomeno normale. La patologia si riscontra quando la solidarietà organica non è in grado di affermarsi per la mancanza di una regolamentazione sufficientemente sviluppata.

Accade dunque che si produca la cosiddetta divisione anomica del lavoro: per un insieme di condizioni sociali la divisione del lavoro cessa di produrre solidarietà perché le relazioni degli organi non sono regolate. Il concetto di anomia non è direttamente correlato al fenomeno criminale ma al suicidio definito da Durkheim anomico, distinguendolo dal suicidio egoistico e da quello altruistico. Normalmente l’ordine collettivo è riconosciuto equo dalla maggior parte dei soggetti. Quando diciamo però che è necessaria un’autorità per importo ai singoli, non intendiamo  che l’unico mezzo sia la violenza, bisogna che questo potere sia ubbidito per rispetto e non per paura.

È caratteristica dell’uomo essere soggetto a un freno morale, cioè sociale. Quando la società è scossa da crisi dolorosa non esercita questa azione e da qui derivano i suicidi. Vi è una sfera sociale dove l’anomia di trova costantemente ed è quella del commercio e dell’industria. Ci troviamo qui di fronte a un nuovo tipo di suicidio che va distinto perché non dipende dalla maniera in cui gli individui sono legati alla società ma dal modo in cui essa li disciplina. La pena per Durkheim ha un significato soprattutto morale. Il vincolo di solidarietà sociale al quale corrisponde il diritto repressivo è quello la cui rottura costituisce il reato.

Robert K. Merton → formula la teoria della “tensione”. Parte dalla nozione di anomia di Durkheim e la sviluppa. Merton sostiene che le mete sociali sono costanti e oggetto di un consenso diffuso. Rivolge l’attenzione soprattutto al rapporto tra mete sociali fisse e mezzi variabili per conseguirle. Anomia diviene una condizione della società caratterizzata dallo scarto tra mezzi e mete, tra struttura sociale e culturale, tale da produrre effetti sulla condizione personale degli individui socializzati.

La differenza tra Durkheim e Merton ha origine nei mondi sociali differenti a riferimento: Francia, all’indomani della guerra del 1870, in crisi e Stati Uniti, società del sogno americano, di ambizione. Merton si dichiara avverso alle concezioni che attribuiscono il funzionamento difettoso di talune strutture sociali a una mancanza di controllo sociale sugli impulsi biologici dell’uomo. Come obiettivo viene dunque identificata la scoperta del modo in cui alcune strutture sociali esercitino una pressione ben definita su certi membri della società tanto da indurli a una condotta non conformista anziché a una conformista.

In ogni società Merton identifica due elementi separabili analiticamente:

  • mete, scopi, interessi definiti culturalmente, si presentano come obiettivi legittimi per tutti i membri della società. Tali mete sono più o meno integrate e sono ordinate in modo approssimativo in una qualche gerarchia di valori. È questa la struttura culturale della società
  • definizione, regolazione e controllo dei modi accettabili secondo i quali tali mete possono venir raggiunte. Questa è la struttura sociale ossia quel complesso organizzato di rapporti sociali in cui membri della società o del gruppo sono variamente implicati. Un equilibrio effettivo può esserci finché vi sono soddisfazioni per gli individui che si conformano a tali obblighi culturali → situazione di armonia sociale.

Merton rileva però che sebbene mete culturali e norme istituzionalizzate operino congiuntamente, ciò non significa ancora che vi sia tra le une e le altre una costante relazione. Può verificarsi che il valore di certe mete sia fortemente accentuato talora in misura quasi esclusiva mentre ci si preoccupa relativamente poco dei mezzi istituzionalmente prescritti per conseguirle. È qui che la nozione di anomia assume rilevanza.

Anomia: frattura nella struttura culturale che ha luogo particolarmente quando si stabilisce un conflitto fra le norme culturali e le mete che queste norme impongono e le capacità socialmente strutturate dei membri del gruppo di agire in conformità ad esse.

La struttura sociale si comporta come una barriera o una porta aperta nei confronti della realizzazione dei mandati culturali. Quando la struttura culturale e la struttura sociale non sono integrate e la prima richiede dei comportamenti che la seconda impedisce si crea tensione che porta alla violazione delle norme o all’assenza di norme. Per Merton il comportamento deviante è come un sintomo della dissociazione fra le aspirazioni prescritte culturalmente e le vie strutturate socialmente per la loro realizzazione.

Il modello esemplare di società atomica che manifesta lo stato di squilibrio tra mete culturali e mezzi istituzionali è proprio quello americano. Secondo Merton lo sfondo del comportamento criminale è la tendenza all’anomia presente nella società. L’aspetto più rilevante sono le risposte individuali a tale situazione anomica → Merton classifica tali risposte secondo una variabile tipologia di adattamenti individuali da parte di persone con posizioni differenti nella struttura sociale.

 

Le persone possono spostarsi da un’alternativa all’altra nella misura in cui esse si impegnano in sfere diverse delle attività sociali, queste categorie si riferiscono non alla personalità ma al comportamento di ruolo in situazioni specifiche. Un’analisi più ravvicinata delle diverse forme di adattamento mette in luce innanzi tutto che nella misura in cui la società è stabile l’adattamento del I tipo, conformità, è il più comune e il più diffuso.

Tra i modi di adattamento, quello più significativo è l’innovazione. Dando grande importanza alla meta del successo, consiste nell’uso di mezzi istituzionalmente proibiti ma spesso efficaci per il raggiungimento almeno di un simulacro di successo, ricchezza e potere. L’individuo assimila l’importanza culturale della meta senza assimilare le norme istituzionali. Le maggiori pressioni sono esercitate sugli strati inferiori della società.

Accade dunque che l’accento culturale sul successo pecuniario per tutti e una struttura sociale che indebitamente limita il ricorso nella pratica di mezzi approvati, sviluppano una tensione che spinge ad attività innovative che derogano le norme istituzionali, ma gli individui devono essere socializzati imperfettamente. Il ritualismo comporta invece l’abbandono o l’attenuazione delle ambiziose mete culturali di grande successo pecuniario e di rapida mobilità sociale in modo che le proprie aspirazioni possano venir soddisfatte.

A proposito della rinuncia, Merton fornisce un dato quantitativo: come l’adattamento I (conformismo) rimane il più frequente così l’adattamento IV (il rifiuto sia delle mete culturali che dei mezzi istituzionali) è probabilmente il meno comune. Le persone che si sono adattate in questa maniera strettamente parlando sono nella società ma non della società. Sociologicamente esse sono dei veri e propri estranei. La categoria in cui ci sono gli psicotici, i vagabondi.. ha abbandonato le mete culturalmente prescritte e il loro comportamento non si accorda alle norme istituzionali.

Ne risulta un duplice conflitto: l’interiorizzazione della obbligazione morale ad adottare mezzi istituzionali si scontra con la pressione verso un ricorso a mezzi illeciti e l’individuo viene escluso sia dai mezzi legittimi che dai mezzi efficaci. Il senso di sconfitta, la rassegnazione si traducono in meccanismi di evasione che alla fine portano il soggetto ad evadere dalle impostazioni della società. Il conflitto si risolve con l’abbandono di entrambi gli elementi rigettando mete e mezzi. L’evasione è completa, il conflitto viene eliminato e l’individuo diventa asociale. La rinuncia è un modo di adattamento privato. La ribellione è una risposta che può essere collettiva e riproduce molti tratti di quella che vedremo essere una sottocultura.

Quando il sistema sociale può essere considerato come una barriera che si frappone alla soddisfazione di mete legittime, la scena è pronta perché la ribellione si manifesti come una reazione di adattamento. Gli enunciati più tardi della teoria della tensione poterono avvantaggiarsi di una serie di precisazioni provenienti dallo stesso Merton e largamente sollecitate dalla vastissima letteratura critica apparsa successivamente alla sua prima formulazione, alla fine degli anni trenta.

Il comportamento deviante riguarda non solo gli individui che lo adottano per primi ma esercita una certa influenza anche su coloro che facendo parte dello stesso sistema sociale si trovano a interagire con gli individui devianti. In tal modo anomia e tassi sempre più alti di comportamento deviante possono essere concepiti come fenomeni interagenti in un processo di dinamica culturale e sociale con conseguenze sempre più negative per la struttura normativa a meno che non intervengano meccanismi di controllo che possano controbilanciarne gli effetti.

Di qui l’importanza per Merton che in ogni situazione vengano identificati i meccanismi di controllo che minimizzano la tensione risultante da apparenti contraddizioni quali quella fra mete culturali e ristretta accessibilità sociale a esse. Tra i punti di vista teorici contrapposti alla prospettiva mertoniana spicca una delle critiche più tradizionali e ricorrenti, che rileva come ampi settori della società pur non avendo a disposizione mezzi sufficienti a aggiungere le mete culturali, non reagiscono con l’innovazione ma si attengano al rispetto delle leggi.

Uno dei meriti storici della prospettiva di Merton risiede nel suo avere decisivamente contribuito spostare finalmente l’attenzione dello studio criminologico dalla persona del reo ai suoi rapporti alle strutture sociali nelle quali è inserito: il soggetto diventa delinquente non come partecipe attivo di processi di interazione ma come prodotto, come vittima. Gli esponenti della new criminology hanno accusato l’insufficienza a spiegare le cause prime che danno luogo allo scarto tra fini e mezzi. Si è rimarcata inoltre una certa genericità della teoria dal punto di vista causale.

Un adattamento più che una confutazione della teoria mertoniana può reputarsi l’approfondimento dei meccanismi sociali attraverso i quali nei confronti di certi gruppi viene a ridursi il divario tra struttura sociale e struttura culturale. Un ulteriore rilievo di fondo ci riporta alla questione della specificità delle teorizzazioni criminologiche che in Merton sembrerebbe trovare la sua esemplificazione più eloquente. In società stratificate la situazione anomica è temperata o frammentata dal fatto che ogni casta o classe sociale si sarà data proprie mete culturali non di rado commisurate alle possibilità di un loro raggiungimento con mezzi legittimi.

Si è visto come Merton stesso fosse ben consapevole delle variazioni che la sua teoria avrebbe richiesto per essere applicata a contesti sociali diversi. Già molti anni fa i criminologi avevano avanzato il dubbio che la teoria anomica stesse diventando sempre meno accurata col passare del tempo dal momento che la rigidità dell’attuale struttura di classe è accettata, ora in modo più generale dalle classi più basse e da quelle medie inferiori.

 

Le teorie criminologiche. L’anomia ultima modifica: 2017-09-01T17:55:18+00:00 da admin
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